Perché i prezzi della moda stanno cambiando: cosa dicono i dati sulle catene e come questo influenza gli acquisti online
Il panorama della moda globale sta attraversando una fase di profonda trasformazione, caratterizzata da molte variabili a partire dai prezzi, che sono piuttosto instabili e che disorientato i consumatori. Ma da cosa dipendono queste oscillazioni?
Questo sarà l’oggetto de nostro articolo, dove esploreremo le ragioni di questo comportamento, accendendo i riflettori sulle grandi catene di moda con l’aiuto dei dati che, se analizzati attentamente, si traducono in preziose informazioni.
Perché i prezzi della moda sono in continua evoluzione?
Negli ultimi anni c’è stata una serie di eventi che hanno inevitabilmente impattato sul costo finale dei capi d’abbigliamento. Per prima cosa bisogna fare i conti con l’inflazione, un fenomeno di portata globale che ha colpito diversi settori, non solo la moda. Inoltre la complessa situazione geopolitica mondiale ha determinato l’aumento delle materie prime che, abbinato al rincaro dei trasporti e dell’energia necessaria per alimentare le fabbriche, ha ridotto ulteriormente i margini di profitto dei brand. Parte di questi costi sono quindi stati trasferiti ai consumatori finali.
Al di là dei fattori macroeconomici, ci sono tendenze di mercato che stanno causando un ulteriore aumento dei prezzi. Uno dei trend più gettonati è la sostenibilità che, pur essendo eticamente apprezzabile, ha comunque dei costi. I brand che scelgono di utilizzare fibre organiche e riciclate, che garantiscono salari equi e che cercano di ridurre il loro impatto ambientale, devono sostenere spese elevate. Questo porta a innalzare il valore percepito del capo e giustifica un prezzo più alto sul mercato.
Un altro trend esploso è la cosiddetta fast fashion, un modello di business aggressivo basato sul lancio continuo di nuove collezioni a prezzi stracciati, che sta costringendo i marchi storici di fascia media a rivedere le loro strategie di pricing.
Cosa rivelano i dati sulle grandi catene di abbigliamento
Se guardiamo ai classici negozi fisici, i dati degli ultimi due anni parlano chiaro e raccontano di un evidente cambiamento delle abitudini di acquisto. Secondo recenti analisi di settore, il traffico pedonale (cioè il numero di persone che entrano fisicamente in un punto vendita) è diminuito del 15-20% rispetto al decennio scorso. Tuttavia c’è un dato che sorprende in positivo: il tasso di conversione (cioè la percentuale di persone che entrano in negozio e acquistano) è aumentato in media del 25-30%.
Questo significa che i consumatori entrano in negozio non per “dare un’occhiata”, ma hanno le idee già chiare di quale articolo comprare, magari dopo averlo visto sullo smartphone. Le catene di moda hanno capito che il negozio fisico è un luogo di esperienza, dove toccare con mano i tessuti, provare le taglie e ricevere consigli, ma anche un punto strategico per la logistica. Basti pensare che oltre il 30% degli acquisti online sfrutta il servizio Click & Collect (si compra sul web e si ritira in negozio).
Diventa quindi essenziale per i negozi avere il capo giusto, con tutti i colori disponibili e nella taglia corretta, nel momento in cui il cliente desidera proprio quell’articolo, sia online che offline. Per raggiungere questo livello di efficienza, è fondamentale utilizzare strumenti tecnologici che fungono da supporto, come il gestionale magicstore che integra i canali fisici e online e fornisce dati in tempo reale permettendo decisioni mirate. In questo modo risulta più facile applicare strategie di dynamic pricing in base alla domanda, ridurre l’invenduto e mantenere una politica di prezzi coerente.
Come queste dinamiche influenzano gli acquisti online
La fluttuazione dei prezzi e le diverse strategie adottate dalle catene hanno un impatto diretto sullo shopping online dei consumatori. L’utente digitale di oggi è estremamente informato ed è meno fedele al brand rispetto a prima: non ci pensa due volte a “tradire” il vecchio marchio se trova offerte o prezzi più vantaggiosi altrove.
Inoltre è anche più “furbo”: il carrello abbandonato, un tempo considerato come una vendita mancata, oggi è spesso una tattica studiata. L’utente lascia volutamente i prodotti in “stand-by”, in attesa di ricevere un’email con un codice sconto personalizzato per concludere la vendita.
Un altro aspetto cruciale non è solo la fluidità tra fisico e digitale, ma anche la trasparenza tra questi due canali. Quando un cliente naviga su un e-commerce, vuole sapere se quel capo è disponibile nel negozio fisico vicino casa, magari per poterlo provare prima di acquistarlo. In tale contesto sono nate pratiche come il webrooming (cercare informazioni e prezzi online per poi comprare in negozio) e lo showrooming (provare il capo in negozio per poi cercare l’offerta migliore sul web).
Infine, i dati raccolti sulle abitudini di acquisto spingono le piattaforme e-commerce a personalizzare le vetrine virtuali. Se i dati delle catene indicano una certa resistenza di alcune fasce demografiche a completare l’acquisto, l’online offre soluzioni più flessibili come il “Buy Now, Pay Later”, che permette di acquistare un prodotto e di pagarlo poi in comode rate mensili. In questo modo il prezzo diventa una vera strategia non solo per portare a termine la vendita, ma anche per fidelizzare i clienti, operazione decisamente più complicata per gli acquirenti digitali.
