Le poesie più famose di Trilussa

Chi non ricorda il poeta, scrittore e giornalista italiano Trilussa, all’anagrafe Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri? Le sue composizioni sono famose soprattutto per il gergo dialettale romanesco, sopravvissuto al corso degli anni fino ai giorni odierni. All’interno dei paragrafi successivi andiamo quindi a scoprire le migliori composizioni di Trilussa, soffermandoci anche sulla sua biografia.

Trilussa: la biografia

Carlo Alberto Camillo Mariano Salustri, in arte Trilussa, nasce a Roma il 26 ottobre 1871. L’infanzia del poeta è stata lastricata da lutti e sofferenze a causa della morte della sorella e di quella del padre. Nel 1880 Trilussa viene rimandato all’esame di ammissione per il  Collegio Poli dei Fratelli delle scuole cristiane, a causa del risultato errato di una sottrazione.

Nonostante l’ammissione successiva il poeta viene rimandato nuovamente al terzo anno, a causa del suo impegno insufficiente negli studi, finendo per ritirarsi definitivamente dalla scuola nel 1886. Il 30 ottobre del 1887 il poeta riesce a pubblicare il suo primo sonetto, sotto lo pseudonimo di Trilussa, all’interno del periodico romano.

Negli anni seguenti Trilussa riesce a pubblicare oltre 50 componimenti poetici e quarantuno prose all’interno del Rugantino. Nel 1891 il poeta scrive per il quotidiano Don Chisciotte della Mancia, passato successivamente alla denominazione Il Don Chisciotte di Roma. Nel 1895 Trilussa ottiene un grande successo grazie alla favola La Cecala e la Formica. Il linguaggio di Trilussa si caratterizza in un dialetto romanesco unito al lessico arguto.

Poesie più famose di Trilussa

Felicità

C’è un’ape che se posa
su un bottone de rosa:
lo succhia e se ne va…
Tutto sommato, la felicità
è una piccola cosa.

La lucciola

La Luna piena minchionò la Lucciola:
– Sarà l’effetto de l’economia,
ma quer lume che porti è deboluccio…
– Si – disse quella – ma la luce è mia!

Er sorcio de città e er sorcio de campagna

Un Sorcio ricco de la capitale
invitò a pranzo un Sorcio de campagna.
– Vedrai che bel locale,
vedrai come se magna…
– je disse er Sorcio ricco – Sentirai!
Antro che le caciotte de montagna!
Pasticci dorci, gnocchi,
timballi fatti apposta,
un pranzo co’ li fiocchi! una cuccagna! –
L’intessa sera, er Sorcio de campagna,
ner traversà le sale
intravidde ’na trappola anniscosta;
– Collega, – disse – cominciamo male:
nun ce sarà pericolo che poi…?
– Macché, nun c’è paura:
– j’arispose l’amico – qui da noi
ce l’hanno messe pe’ cojonatura.
In campagna, capisco, nun se scappa,
ché se piji un pochetto de farina
ciai la tajola pronta che t’acchiappa;
ma qui, se rubbi, nun avrai rimproveri.
Le trappole so’ fatte pe’ li micchi:
ce vanno drento li sorcetti poveri,
mica ce vanno li sorcetti ricchi!

La lucciola

La Luna piena minchionò la Lucciola:
– Sarà l’effetto de l’economia,
ma quer lume che porti è deboluccio…
– Si – disse quella – ma la luce è mia!

La tartaruga

Mentre una notte se n’annava a spasso,
la vecchia tartaruga fece er passo più lungo
de la gamba e cascò giù
cò la casa vortata sottoinsù.
Un rospo je strillò: “Scema che sei!
Queste sò scappatelle che costeno la pelle…”
– lo so – rispose lei – ma prima de morì,
vedo le stelle.